Crea sito

Comunicare il rischio ed essere umani. Al mio Abruzzo in ginocchio.

Piove ininterrottamente da quasi una settimana sul mio paese di mare, sulla costa abruzzese.
Piove, qualche buca per strada. A casa la luce è mancata forse per un’ora, l’acqua non è mai andata via.
Siamo rimasti al caldo a guardare la pioggia incessante, a sentire l’odore del mare in burrasca e a vedere dalla finestra la pancia delle onde infuriate, grigio l’Adriatico come grigio è il cielo.

D’Annunzio lo diceva verde, come i pascoli dei monti, però adesso il mare è grigio. Forse è triste perché già guarda verso le montagne e come noi non può farci nulla: neanche lui è bastato a mitigare questo freddo.
Già nei giorni passati la parte alta del mio paese, sorretta dagli archi, era stata imbiancata e assieme a lei le frazioni in collina. Già qualche amico avvisa di avere problemi con la linea elettrica. Ma qui va bene.
Poco più su finisce il mio paese e comincia Atri, la bella città degli Acquaviva, bloccata sotto quasi due metri di neve: guardo le foto. Sbucano fuori solo le antenne delle macchine.
Internet dice che migliaia di abruzzesi non hanno luce e acqua a casa e non ci si riscalda più, mentre i telefonini si scaricano, la linea non prende e non c’è modo di contattare i famigliari rimasti chiusi in casa con la neve che gli chiude le porte, sempre più alta mano a mano che si sale tra le alture della mia bella regione fatta di borghi e viuzze strette tra le case abitate da molti anziani.

Ho appena chiuso la pagina del forum del Master. Parliamo di come comunicare il rischio. Si fa proprio l’esempio del terremoto de L’Aquila. Mi torna in mente il ricordo angoscioso. La freccia del mouse sulla X. Chiudo.

Navigo ancora per qualche secondo e la casa inizia a tremare. Sarà il treno. Però trema ancora. Vado sotto al tavolo.

Tra l’Aquila e Amatrice, tra quei borghi abruzzesi, marchigiani, umbri e laziali già isolati dalla neve. Penso alle porte delle case serrate dai muri di ghiaccio.
Passa poco: un’altra scossa. Poi un’altra.
Da qui si sente, dal mio paese di mare, ma l’epicentro è sul Gran Sasso, sul Gigante che dorme vanitoso, davanti agli occhi di tutta la regione che lo guarda per come è bello e che ultimamente la terra fa di tutto per svegliare. Lui resta bello e addormentato, anche dopo il crollo che lo ha ferito.
Le notizie si susseguono, come gli sos di chi non può uscire di casa, nel cuore del terremoto, sigillato dentro dalla neve: una slavina su un hotel ormai isolato ha intrappolato dentro alcuni ospiti, ma i mezzi non possono passare; un uomo muore nel crollo di una stalla; qualcuno è tratto in salvo. I soccorsi fanno del loro meglio: si scava, è arrivato l’esercito e arrivano i volontari dal Trentino – Alto Adige.
Il mio Abruzzo è in ginocchio: le scuole sono chiuse quasi ininterrottamente dalle vacanze di Natale, gli allevamenti temono per il bestiame, le fabbriche sono in difficoltà, gli uffici sono chiusi, gli operai lavorano senza sosta per ripristinare la rete elettrica.
Già il terremoto di agosto e poi quello di ottobre avevano dato un pugno alla mia bella regione, come agli abitanti delle Marche, dell’Umbria, del Lazio: di nuovo avranno il cuore in gola, gelato sotto tutta quella neve.

Comunicare il rischio.
Ecco forse cosa voleva dire nel concreto quella distinzione tra il rischio e l’incertezza di cui si parlava sul forum. Forse non si poteva dire ai miei abruzzesi: “succederà tutto insieme”?

Qui continua a piovere, ma sulla costa si sta bene. Oltre le dolci colline, e dietro gli archi del paese alto, comincia un Abruzzo prostrato. Chissà se il Gigante che dorme adesso si sveglierà e darà una mano ai suoi montanari.
Comunicare il rischio. Non so se questa volta si poteva davvero. Adesso vorrei comunicare serenità ai miei abruzzesi forti e gentili, dirgli che anche questa volta saranno abbastanza caparbi. Fargli leggere quella frase che dicono sia di Croce e che oggi leggo e rileggo su Facebook: “Quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma, di persistenza e di resistenza, io mi sono detto a voce alta: tu sei abruzzese”.

Comunicare il rischio. Comunicare il rischio senza gettare nel panico. Comunicare il rischio senza rassicurare.
Imparare cosa vuol dire comunicare il rischio e imparare contemporaneamente che a correrlo, quel rischio, possono essere i tuoi conterranei e che poteva capitare a te.
Comunicare il rischio senza dimenticare di comunicarlo ad altri uomini, alle loro storie, alle loro precarietà. Esseri umani: anche in questo caso, questa deve essere la via.


Copertina: Pixabay

Ti può interessare anche...

1 Response

  1. Franco ha detto:

    Complimenti Lorenza, è un testo bello ed evocativo. Mentre leggevo ho immaginato il tuo paese accarezzato dal mare e cullato dalle tue parole ho percorso l’entroterra verso i paesi intorpidito dal freddo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*