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Questo non è un articolo scientifico.

Un salto dal canyon.

Sei sul ciglio della roccia, e guardi giù.

Pensi: “vado?” La parte avventurosa ed entusiasta ti spinge, come un bambino ti tira per la muta sfinendoti per l’insistenza; l’altra, saggia e moderata, ti ricorda quanto sia pericoloso e pieno di accidenti quel salto. Inappropriato, per un sacco di motivi che ti elenca minuziosamente. Ti ricorda che non hai le rotelle a posto e continui a prendere decisioni senza valutare le conseguenze. Guardi giù, ma l’acqua ti sembra così azzurra ed invitante che decidi di imbavagliare il grillo parlante che è in te e rischiare il salto.

Discesa libera.

E’ già tardi per cambiare idea: ormai sotto i piedi non hai che l’aria e a meno che tu non sappia volare non hai alternative che abbandonarti alla caduta, che è veloce ed inarrestabile e non ti dà tempo per pensare “cosahofatto perchè stai già toccando l’acqua, ancora un attimo e sarai immerso fino ai capelli.

L’anfibio.

Dimenarsi per riaffiorare, trovare la tecnica giusta per non essere sopraffatto da quell’acqua che non sai se vuole esserti complice o nemica. Annaspare, raggiungere la superficie, guardarsi attorno, riaffondare. Un po’ di volte. Finchè trovi il modo. Finché capisci che agitarti troppo non serve, e devi piuttosto seguire la corrente, è lei che ti darà il ritmo giusto.

(Già) Tre mesi dopo.

Dal salto è passato un arco di tempo che a tratti sembra un’inezia e a tratti un’eternità. La pioggia che mi accoglie ad ogni arrivo a Ferrara ricorda l’acqua che ho toccato il giorno del salto. Al ritorno dal weekend in presenza sono un po’ meno disorientata, un po’ più consapevole, ugualmente entusiasta. Sto imparando come seguire la corrente, perchè le cose si imparano facendole. Ma la sento, mi spinge sempre: ed è fatta di parole e punti di vista diversi, di confronti ed insegnamenti che, come l’acqua, scavano e scolpiscono la roccia.

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