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Tanto imparo…

Mattina libera. Sole. Dai, uniamo l’utile al dilettevole. Quindi play: cammino sulla riva con in cuffia le videolezioni.

Epifania degna di Joyce: “Oh, mo finisce ‘sto Master!”

Sarà una naturale inclinazione, o il rumore del mare. O sarà che Anna mi ha chiesto di raccontare in 15 secondi questa esperienza? Eccomi a tirare le somme, come si fa quando si è alle ultime lezioni.

Flusso di coscienza riassuntivo: situazioni in cui non mi sarei certo messa da sola discorsi che non avrei altrimenti intrapreso punti di vista che prima non consideravo e competenze che non credevo mai di dover fare mie.

Torno al monologo: ho imparato dai docenti, dai colleghi e ho cercato quanto mi mancava per capire e per fare; ho apprezzato l’intelligenza brillante delle persone che avevo intorno. Ho detto: “Va be’, proviamo!” quando mi sono iscritta. Ho avuto l’impressione di essermi posta davanti ad un muro più alto di me, dopo il primo fine settimana (“ma se lo supero…”) e la percezione che però avevo fatto bene, dopo il secondo; la certezza, dopo il terzo. Aspetto fiduciosa il quarto, visto il climax.

Nel vocabolario accanto a “non lo so fare”, ho aggiunto “ma tanto imparo”. Se quando si comunica bisogna sempre cercare un taglio, la giusta prospettiva per raccontare il mio Master è questa: ho imparato che posso sempre imparare. Quello che mi sembrava un muro ha smesso di esserlo da un pezzo.

Se mi sbilancio, e non sono avvezza, è perché sinceramente credo di aver preso molto. Spero che la comunicazione della scienza trovi spazio nella mia carriera, ma il futuro non è dato conoscerlo. Però, tanto ottimismo dell’imparare e del mettermi in gioco è già un tesoro. Il mio Master è servito a tanto.

La lezione è finita e torno alla sdraio. Sul telefono, i messaggi e le battute dei colleghi. Mi fanno sorridere: cominciano a essermi cari, questi compagni di viaggio.

 

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